AREA DEMOCRATICA

TEMATICHE DEL LAVORO, ECONOMIA, FINANZA - Politiche attive del mercato del lavoro

carmelo.pace - Mer Gen 10, 2007 4:04 pm
Oggetto: Politiche attive del mercato del lavoro
Sono Carmelo Pace, vi giro una mail di un mio lettore...

La flex-insecurity del modello danese

Siamo nei primi anni 80. Un dipendente lavora per un’impresa danese di componenti di precisione per la costruzione di home computers (i famosi “Commodor”). Laurea in ingegneria nei primi anni 80, quando il settore annunciava un’evoluzione esponenziale della domanda per ingegneri, anni di formazione continua per tenersi aggiornato sulle potenzialità di sviluppo dell’ingegneria informatica e finalmente l’assunzione. Stipendio elevato, condizioni lavorative soddisfacenti e motivanti, un bagaglio di competenze spendibili e un potere contrattuale nei confronti del mercato del lavoro decisamente importante.
Poi arrivano gli anni 90. Internet entra nelle case, i computer diventano personal, i mezzi di comunicazione diventano alla portata di chiunque e nascono i presupposti di una società dell’informazione. Si comincia a parlare di “concorrenza”, le imprese si misurano con la capacità di raggiungere il cliente in ogni parte del mondo, e per farlo devono essere sempre più competitive e internazionali: si comincia a parlare di trasformazione di costi fissi in variabili e di ingegneria giapponese, organizzativa e informatica. Ma soprattutto, si rimpiccioliscono i microprocessori e nascono i primi PC.
E la nostra media impresa danese? E’alle prese con la sfida lanciata dai minuscoli processori giapponesi (più economici di qualsiasi altro allora realizzabile) e l’evoluzione irreversibile del settore la porta a un destino inevitabile: vendere ai nipponici. I quali ri-progettano la struttura organizzativa e la linea produttiva in ottica di efficienza, e gli ingegneri con competenze meno spendibili per l’evoluzione del settore vengono mandati a casa. Tra questi, c’è il nostro dipendente danese.
Il quale inizia a ricevere un robusto sussidio di disoccupazione, ma le sue competenze sono così insufficientemente adeguate all’evoluzione del settore che riceve soltanto offerte di lavoro scarse e insoddisfacenti: nessuna azienda richiede più un esperto di mega-processori ormai fuori mercato. Sarà allora molto probabile che preferisca mantenere il sussidio (maggiore delle offerte disponibili) e che rifiuti un’offerta di lavoro ritenuta degradante. E’stato infatti dimostrato che generosi sussidi di disoccupazione (in Danimarca nei primi anni 90 erano pari al 90% del passato impiego) costituiscono un disincentivo alla ricerca di una nuova occupazione: un’eventuale revoca del sussidio potrebbe infatti non offrire un significativo aumento di reddito tale da indurre l’individuo ad accettare il nuovo impiego (in particolare se temporaneo e a basso salario), con evidenti effetti negativi sullo stock di occupazione. Infatti la Danimarca di quegli anni raggiunge livelli di disoccupazione decisamente elevati (10% nei primi anni 90).
In pratica, lo stato paga il cittadino per starsene sul divano.
E un altro effetto distorsivo è presente dal lato della domanda: se i disoccupati godono di alti sussidi le imprese dovranno incentivare i lavoratori con salari più alti, sia per convincere i disoccupati ad accettare il nuovo impiego, sia per convincere i lavoratori migliori a restare. Con aumenti esorbitanti dei costi fissi.
Ma scherziamo? L’efficientissimo modello di flex-security danese, che secondo gli economisti garantisce piena flessibilità e sicurezza al lavoratore, definito da Francesco Giavazzi come “il sistema che protegge chi perde il lavoro più di ogni altro al mondo”, si fa carico di queste evidenti distorsioni?
Sembrerebbe quindi che per risolvere le rigidità del mercato del lavoro non basti liberalizzare i licenziamenti e offrire sussidi per tutelare i disoccupati. Ciò che serve a un mercato del lavoro “flex-safe” è protezione ma anche competitività delle mansioni. Per evitare di pagare un soggetto per starsene a casa, occorre rendergli conveniente il reimpiego attraverso le cosiddette “politiche attive”. L’attuale evoluzione del mercato del lavoro insegna che occorre introdurre sistemi di “welfare-to-work” che favoriscano un breve e rapido ricollocamento del lavoratore attraverso corsi di formazione, servizi per l’impiego ed incentivi all’occupazione. Oggi ci occupiamo di tre paesi che hanno affrontato il problema in tre modalità differenti: Italia, Regno Unito e Francia.
Il mercato del lavoro italiano, (come sappiamo da
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), è privo di sostanziali politiche di sostegno alla disoccupazione: pochissimi sussidi, Cassa Integrazione ordinaria/straordinaria e Mobilità concesse solo ai lavoratori licenziati dalle grandi imprese industriali e spesso finalizzate al pre-pensionamento. La gran parte dei lavoratori è dunque esclusa da tali sussidi, dei quali ne beneficia solo il 17% dei disoccupati, a fronte del 66% danese e del 100% inglese. Ma analizzando il database Eurostat notiamo come lo stato italiano sia l’unico in Europa a spendere più per politiche attive (atte a incentivare il re-ingresso del lavoratore sul mercato del lavoro) che per politiche passive (indennità di disoccupazione, cassa integrazione e pre-pensionamento). Anche se la spesa per entrambe è molto inferiore rispetto ad altri stati (e si fa carico di una serie di distorsioni di cui non ci occupiamo in questa sede) ciò che conta è la significatività del dato: non basta tutelare la disoccupazione in se, occorre incentivare stabilmente il replacement sul mercato del lavoro. Il problema, come sempre, è che il macchinoso Stato Italiano spende molto ma in modo inefficace ed inefficiente: pensate che non è possibile avere riscontri sull’efficacia o meno dei corsi di formazione proposti (finanziati soprattutto tramite trasferimenti comunitari), e in più i fondi per l’occupazione sono sempre stati concessi ad imprese che avrebbero comunque già assunto altri lavoratori. Inoltre l’ultima riforma berlusconiana di apertura del collocamento al privato prevedeva l’esclusione dalle liste di quei disoccupati che rifiutassero le misure di reinserimento lavorativo: l’applicazione è stata però minimale e irrilevante.
Il Regno Unito ha invece tentato di facilitare l’incontro tra domanda e offerta tramite il popolare New Deal laburista: finanziamento di un solido progetto formativo per riqualificare i giovani disoccupati da più di sei mesi, sovvenzione per i datori di lavoro che assumono disoccupati attingendo dalle liste di collocamento, condizioni più restrittive per il mantenimento dei sussidi di disoccupazione e utilizzo di alcune indennità famigliari in ottica di incentivo all’impiego, secondo la visione anglosassone in base alla quale lo Stato deve spingere le persone occupabili ad accettare un impiego, di qualsiasi tipo esso sia. E se il disoccupato rifiuta un’offerta proposta dal servizio per l’impiego, si ritrova sospesa ogni indennità. Gli effetti di tale politica si risolvono in un tasso occupazionale estremamente basso (che il New Deal ha diminuito di 3 punti percentuali dal ‘98, assestandosi al 5% contro una media europea in doppia cifra), dato che offusca però una realtà secondo la quale molti individui sono costretti ad accettare qualsiasi lavoro (anche degradante) per evitare la sospensione dei sussidi (il 20% della popolazione guadagna meno di 4 sterline l’ora).
Il legislatore francese ha ricercato invece un’integrazione tra politiche per l’impiego e le diverse politiche di welfare: ai piani locali di inserimento e ai contratti di solidarietà (ciò che definiamo solitamente come “politiche attive”), si uniscono Redditi Minimi Garantiti e assegni di solidarietà, volti a tutelare la transitorietà del periodo di disoccupazione. Il problema è che il modello francese risulta spesso “disincentivante al lavoro”: si fonda esclusivamente sull’impegno del lavoratore alla ricerca di una nuova occupazione, ma non prevede meccanismi di sospensione delle indennità in caso di mancata collaborazione col servizio di collocamento (per approfondire,
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).
In conclusione, è evidente che i mercati del lavoro europei non sono ancora in grado di garantire al nostro disoccupato (che sia un ingegnere danese o un operaio italiano, inglese o francese) un soddisfacente re-impiego sul mondo del lavoro, dal momento che spesso conducono alla proliferazione di lavori precari e scarsamente tutelati (caso Italiano) o degradanti (caso Inglese) e all’incremento di meccanismi di “sovvenzione al riposo” (caso Francese). Occorre sviluppare dispositivi di flessibilità in entrata che permettano di semplificare i licenziamenti, in particolare in alcuni settori e per i giovani dipendenti assunti in prova all’interno delle imprese (come apprendisti), al fine di re-indirizzare i lavoratori verso le mansioni per cui sono più competenti. Occorre promuovere sovvenzioni dirette alla tutela dei disoccupati, condizionate però ad una ricerca attiva di un nuovo impiego. E occorre infine progettare nuove tipologie contrattualistiche che prevedano percorsi di reintegro sul mercato del lavoro tramite una progressiva stabilizzazione del lavoratore (e non del posto di lavoro), da una fase iniziale ad alta flessibilità impiegatizia a una successiva di maggiore protezione e tutela dell’impiego. La vera “flex-security”.
carmelo.pace - Mer Gen 10, 2007 4:08 pm
Oggetto: Politiche attive del mercato del lavoro
Concordo abbastanza ma di quale formazione continua stiamo parlando?
io aggiungerei che le politiche di flex-security vanno anche bene ma preferisco pensare a uno stato che si concentra sulla competitività e sull'eccellenza delle nostre aziende, dobbiamo diventare campioni del mondo di eccellenza!
l'attività di "formazione continua" deve essere uno strumento di valore all'interno delle aziende e andrebbe pertanto programmata seriamente (corsi d'inglese, il lavoro di gruppo, l'aggiornamento informatico, etc) tuttavia ciò non basta a colmare il gap tecnologico tra noi è la concorrenza.
Se le nostre aziende continuano ad essere "dipendenti" da altre aziende estere, possiamo fare tutti i corsi di formazione continua che vogliamo ma non cambiera mai nulla.
Bisogna investire nella ricerca tanti tanti tanti soldini, cosa che non è stata fatta per 5 lunghi anni.Adesso ne paghiamo le conseguenze.
Quando un'azienda investe molto in ricerca o collabora con enti di ricerca, i risultati si vedono, credimi, arrivano i brevetti, il trasferimento tecnologico, la necessità di avere nuovi impianti per poter aumentare la produttività...
Per quanto riguarda i sussidi e la formazione hai ragione, ti posso dire che la situazione in Valle d'Aosta è la seguente:

- dipendenti con la CIGS in ritardo di 5 mesi sui pagamenti per non parlare degli stipendi arretrati non pagati
- i famosi corsi di formazione programmati a partire dal 2008

Speriamo che non muoiano di fame prima.

Carmelo Pace
giorgio - Mer Gen 10, 2007 4:16 pm
Oggetto:
Come non definirti una "meravigliosa" sorpresa, caro carmelo? Non faccio fatica nel dire che non conosco molto di te, ma leggendo i temi trattati e la facilità di commento su questi, credo che oggi ho imparato che in questo forum abbiamo iniziato ad accumulare "preziosi" nick che ci arricchiscono veramente. Ora potrò entrare con te a ragionare su certi argomenti che non avevo mai trattato con determinazione.
Grazie carmelo...

Raza159 - Mar Ott 14, 2014 7:03 pm
Oggetto:
Sono pronto a tutto, se c'è continuità meglio, competenze e progetti non mancano.
se si cambia va bene lo stesso, impariamo un mestirere nuovo e se chiude amen.
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